Calcio Estero Se anche Messi diventa un giocatore qualunque

Se anche Messi diventa un giocatore qualunque

Argentina's Lionel Messi gestures after being defeated by Chile in the penalty shoot-out of the Copa America Centenario final in East Rutherford, New Jersey, United States, on June 26, 2016.  / AFP PHOTO / ALFREDO ESTRELLAALFREDO ESTRELLA/AFP/Getty Images

La Copa America va di nuovo al Cile e (ri)fioccano i giudizi su Leo Messi

Le etichette rovinano i calciatori. Quando ti affibbiano quella di “erede di Maradona”, poi, tutti pensano che non avrai scampo. Lionel Messi da Rosario, invece, nella sua carriera ha macinato chilometri e giocate tali da avvicinarsi al Pibe de Oro. I numeri del confronto, poi, sono imbarazzanti. Quanto a trofei con il proprio club la “Pulce” domina: 8 campionati spagnoli, 4 coppe del Re, 6 Supercoppe di Spagna, 4 Champions League, 4 Supercoppe Uefa e 3 Coppe del Mondo per Club collocano Messi mella leggenda del Barcellona. Una vasta percentuale di calciatori sparsi per il globo terrestre si accontenterebbe di vincere almeno uno di questi trofei, ma a Messi spetta il compito più difficile, quello di tener testa ai paragoni altisonanti di chi in lui vede il nuovo Maradona. E dunque vincere con l’Argentina diventa un obbligo, una sfida da accettare per guadagnarsi l’immortalità. Se il calcio fosse basket, uno sport in cui i valori veri emergono più o meno sempre,  Leo e la sua Albiceleste avrebbero alzato almeno la metà dei trofei per cui hanno combattuto dal 2007 ad oggi. Negli ultimi nove anni sono state ben 4 le finali disputate dall’Argentina (3 di Copa America e una di Coppa del Mondo). Tutte drammaticamente perse, soprattutto le ultime due contro il Cile, vittorioso ai rigori sia lo scorso anno che poche ore fa.
E così, dopo l’errore dal dischetto sotto il cielo di New York, Messi ha deciso di dare – a caldo – l’addio alla Nazionale. Troppo forte l’amarezza di una responsabilità mandata in fumo, eccessivamente ampio il rimpianto per non poter gioire con la maglia del suo popolo. Una maglia diversa da quella blaugrana che tanto gli ha dato nella sua carriera. C’è già chi ha fatto partire processi, imputazioni, verdetti: “Non sarà mai come Maradona, si rassegni”. Come se lo scopo della sua vita fosse quello di superare Diego Armando, non di provare a sollevare coppe su coppe. Di squadra ne ha conquistate 30 in 12 anni di carriera, per una media superiore alle tre all’anno. Tra questi riconoscimenti (che si aggiungono alla miriade di premi personali), anche l’oro olimpico a Pechino 2008 e il Mondiale Under 20 in Olanda del 2005. Unici trionfi di una parentesi in Albiceleste che non può chiudersi così. In fondo a i Mondiali di Russia mancano solo due anni. Smaltita la delusione, si punterà a diventare Zar. Perché no, non siamo davanti a uno qualunque.

Francesco Carluccio

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